Da Assignano a Piedicolle tra misticismo e tradizione

Lontano dai rumori e dalle strade più trafficate, oggi vi portiamo alla scoperta di questi due gioiellini ancora abitati nei dintorni di Collazzone.

Poche anime in realtà, ma che vivono all’interno delle mura dei borghi e che, grazie alla loro presenza, ne evitano lo stato di abbandono, permettendo ancora oggi di farci respirare quell’atmosfera medievale che un tempo li avvolgeva.
A quell’epoca, tutta quest’area diventa zona di passaggio, spesso attaccata da briganti o capitani di ventura. E questa è un po’ la storia dei nostri due borghi, che proprio per questo motivo si trovano in alto, in posizione strategica e, ça va sans dir, panoramica. Siamo in un territorio ovunque ricchissimo di castelli e borghi fortificati, a metà strada tra due comuni molto forti, Perugia e Todi.

piedicolle_panoramaFacciamo però un passo indietro. Tutta questa zona risulta da sempre di fondamentale importanza innanzitutto per la presenza del Tevere, che in Umbria, ancor prima dei Romani, ha segnato il confine tra gli Etruschi – stanziati alla destra del fiume – e gli Umbri – a sinistra. In questa cruciale zona di “frontiera”, in epoca romana, oltre al Tevere, passavano la Via Amerina e la vicina via Flaminia, due strade che hanno dato opportunità a molti Romani di raggiungere l’Umbria per trascorrere le loro vacanze nelle nostre campagne; in tutto questo territorio a cavallo tra Collazzone, Marsciano e Todi, sono infatti numerosi i reperti ritrovati a testimonianza della presenza di ville romane, costruite proprio vicino al corso del fiume Tevere, all’epoca navigabile, utilizzato non solo per spostarsi ma anche come importantissima via di commercio. E proprio da qui, dalla zona in cui ci troviamo oggi, attraverso sia la via Amerina che il Tevere, partivano verso Roma l’olio e il vino umbri, nonché i mattoni della vicinissima Marsciano, ovunque rinomata per la produzione di laterizi.

La storia di Vanna e Jacopone

assignano_muraPrima tappa di oggi è dunque il suggestivo castello di Assignano, anticamente conosciuto con il nome di Castello di Coldimezzo, oggetto di varie contese durante tutto il Medioevo. Era originaria di questo luogo la moglie di Jacopone di Todi, la donna che il frate sposò prima di entrare a far parte dell’ordine dei Francescani Spirituali, e che si chiamava proprio Vanna dei Conti di Col di Mezzo.
È una storia d’amore molto tragica quella tra Jacopone, al secolo Jacopo De Benedetti, e Vanna. Siamo nella seconda metà del Duecento, nel periodo post Francesco, morto nel 1226 ad Assisi. Jacopone all’epoca conduce tutta un’altra vita rispetto a quella che sarà la sua seconda fase: nato a Todi da una famiglia benestante, si trasferisce a Bologna, dove studia legge e diventa notaio. Una volta rientrato in Umbria, prende in sposa questa donna altrettanto ricca e facoltosa; un matrimonio felice, devastato però dalla tragica morte di Vanna: durante un banchetto in un palazzo di Todi, un incendio causa il crollo il pavimento, provocando la morte di Vanna e di altri commensali. Jacopone rimane ovviamente turbato da questa sciagura, ma ancor più dalla scoperta che sua moglie, sotto il raffinato vestito da nobildonna, indossasse una cintura di cilicio per la penitenza. Ciò segnerà una svolta profonda nella sua vita: scosso dalla terribile perdita, Jacopone abbandona tutto, lavoro, famiglia, amici e vita mondana, un po’ come aveva fatto Francesco qualche anno prima. Si ritira in solitudine e decide di entrare nell’ordine francescano dei frati Spirituali, una corrente molto rigorosa che seguiva alla lettera la regola di Francesco. Va ricordato che, morto Francesco, non tutti i suoi seguaci aderirono alla povertà estrema da lui predicata, preferendo molto spesso una lettura un po’ più superficiale e sommaria della sua rigidissima regola, e portando quindi l’ordine alla divisione in varie correnti. Jacopone entra dunque in quella dei più rigorosi, i maggiori sostenitori del progetto francescano di riforma pauperistica della Chiesa, ma compie questa scelta in un periodo purtroppo decisamente sfortunato: dopo Celestino V, un papa realmente umile, che con il famoso Gran Rifiuto rinuncia addirittura al suo ruolo, negli anni di Jacopone inizia il suo percorso verso il soglio pontificio Bonifacio VIII, un papa ricco, corrotto, tutt’altro che a favore della riforma povera della Chiesa, che fa imprigionare e scomunicare Jacopone e molti francescani. Il frate passerà molto tempo in carcere prima di essere fortunatamente liberato, dopodiché vivrà in parte a Todi e in parte qui a Collazzone nel Convento di San Lorenzo, luogo in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita e dove morì la notte di Natale del 1306.

Jacopone fu senza dubbio uno dei protagonisti della letteratura italiana. Un uomo però considerato un emarginato dalla società, che fu umiliato, chiamato il folle, il giullare di Dio, perché andava in giro quasi nudo, vestito solo di penne di gallina, predicando una povertà estrema e lanciando sermoni contro la ricchezza della chiesa. Jacopone morì in solitudine. Ciò che ci resta di lui sono il famoso Stabat Mater e le sue preziose Laude che, tra l’altro, insieme al Cantico delle Creature di San Francesco, sono uno dei primi testi in volgare, che permisero finalmente anche a chi non conosceva il latino di potersi avvicinare a determinati argomenti.
Il frate è oggi sepolto a Todi, le sue spoglie si trovano nella cripta della Chiesa di San Fortunato, all’ingresso del centro storico della città.

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Assignano, dicevamo. Un pugno di case quasi tutte restaurate, racchiuse nel castello che conserva ancora il torrione ad angolo della porta di accesso principale. Un luogo ben fortificato e ben protetto. È rimasto poco in realtà: una chiesa (ma completamente rifatta) e alcuni caratteristici orti e giardini, tipici all’epoca dei nostri borghi in cui si usava coltivare un po’ di verde all’interno delle mura. Il borgo, per il resto, è stato quasi interamente rimesso a nuovo, dalle pavimentazioni alle case. In fondo alla via principale ecco aprirsi dunque la piazzetta con la chiesa di Santa Vittorina, che si presenta però con una (piuttosto discutibile) nuova facciata, rivestita con una locale pietra bianca e rosa, la cui fattura richiama la pietra di Assisi, ma che in realtà proviene dalla cava della vicina San Terenziano. Fortunatamente è stata mantenuta intatta almeno la parte originaria della pieve, un po’ più pittoresca, che conserva un tipico campaniletto a vela con la sua piccola campana in bronzo rivolta verso la campagna.
L’interno purtroppo è di una chiesa visibilmente spoglia; in origine bellissima, ricca di reperti d’argento e con diversi fonti battesimali, venne dapprima letteralmente razziata da un antiquario, demolita nel 1956, ed infine ristrutturata evidentemente con poca cura, tra l’altro con un’altezza eccessiva che mal si coniuga con lo stile originario. Degli antichi arredi resta soltanto un piccolo quadro di scuola perugina a sinistra dell’altare, magra consolazione per il malcontento degli abitanti.

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♦♦♦ Curiosità in cucina! ♦♦♦

cuoco2_pixabayLe stradine e la campagna nei dintorni del nostro Castello di Coldimezzo sono ricche dipiante di sambuco, e questo colpo d’occhio ci offre lo spunto per una ricetta da suggerirvi, un’idea tra l’altro molto economica data la grande diffusione della pianta: oltre che per il liquore e la marmellata, forse non tutti sapete che i fiori bianchi del sambuco posso essere colti e cucinati al posto dei fiori di zucca! Va preparata una normale pastella con birra o vino, farina e sale, dopodiché si intinge il fiore intero con tutto il gambo nell’olio bollente, che è quindi anche molto comodo da mangiare, proprio perché ha il gambetto! Il risultato è una sfiziosità croccante dal retrogusto un po’ dolciastro, tipico dei fiori di sambuco. E poi ce n’è per tutti i gusti, perché si può fare sia dolce che salato.
N.B. Attenzione: cogliere solo i fiori, non le bacche scure, che – se acerbe – sono tossiche (mai mangiarle crude, ma sempre previa cottura).

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Piedicolle e la sorgente miracolosa

Pochi chilometri e si raggiunge il piccolo borgo di Piedicolle. L’etimologia del nome fa pensare ad un borgo costruito ai piedi di un colle; potrà sembrare una contraddizione, ma anche qui siamo in posizione elevata. Il colle al quale si fa riferimento è in realtà Collazzone: Piedicolle sorge ai piedi del colle di Collazzone.
piedicolle_chiesaAl centro del borgo spicca la Chiesa di San Giacomo Maggiore, la cui costruzione risale alla fine del’500. L’esterno appare ancora caratteristico, mentre l’interno anche qui ha subito diversi rifacimenti, a partire dal moderno soffitto ligneo; ben conservato è solo il Fonte Battesimale in pietra scolpita risalente al 1632.

Subito a destra della chiesa si apre una delle porte di ingresso al castello. Pochi passi per raggiungere una terrazza che ci regala un meraviglioso belvedere; il panorama spazia a perdita d’occhio sulla media valle del Tevere, da Perugia fin oltre a Todi.

Attraversando la zona bassa di Piedicolle, fiancheggiando il corso del Tevere, in una valle un tempo paludosa e a rischio esondazioni, si incontra proprio lungo la strada la Madonna dell’Acquasanta, una chiesina medievale edificata – secondo testimonianze locali – sul luogo di alcuni miracoli.
Costruita proprio a ridosso del fiume, la tradizione la lega alla presenza di una piccola sorgente di acqua con proprietà terapeutiche, meta di moltissime persone bisognose di un miracolo. Oggi non più, ma la chiesa in passato era infatti piena di ex-voto; qui venivano portati soprattutto bambini nati con malformazioni nella speranza di essere sanati, o vi si riunivano in preghiera i contadini dei castelli circostanti durante le esondazioni del Tevere, chiedendo protezione e salvezza dalle alluvioni che minacciavano i raccolti. La sorgente ad oggi non esiste più, ma è ancora indicato il punto esatto dal quale zampillava quest’acqua miracolosa.
In Umbria in realtà le chiese mariane legate ad una funzione terapeutica dell’acqua sono moltissime. La particolarità di questa piccola pieve di campagna è però tutta legata al prezioso affresco che conserva nell’abside, raffigurante la Madonna, San Rocco e San Sebastiano invocati contro la peste. L’affresco risale alla metà del ‘500, ad opera di un artista anonimo che segue certamente la scuola peruginesca, ma già con forme molto più statuarie e monumentali.

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La Madonna è seduta in trono con Gesù e San Giovannino, che giocano tenendo in mano due uccellini, due cardellini per la precisione, che con il rosso della loro mascherina, simboleggiano la crocifissione e la passione di Cristo. Oltre ai due angeli che incoronano Maria, aggiunti in epoche successive con uno stile abbastanza sommario, nella scena sono presenti alcuni santi: San Bernardino da Siena, francescano predicatore, San Sebastiano e San Rocco, che tira su l’abito mostrando la ferita della peste. Queste ultime due figure sono scelte speso per essere invocate contro questa malattia: pellegrino proveniente dalla Francia, San Rocco si fermò in effetti in varie regioni d’Italia per assistere gli appestati, finendo poi per essere lui stesso contagiato; abbandonato da tutti, visse in completa solitudine in un bosco con la sola compagnia di un cagnolino che lo aiutò nelle cure (ecco perché infatti nella classica iconografia del Santo compare sempre un cane ai suoi piedi). San Sebastiano invece con la peste non c’entra proprio nulla: è infatti un martire, morto flagellato, ma dato che le frecce lasciano una ferita simile a quella del bubbone della peste, è sempre stata un’occasione molto ghiotta per i pittori dell’epoca per poter rappresentare un corpo nudo, altrimenti categoricamente vietato nelle chiese. Spesso San Sebastiano sembra avere tuttavia delle sembianze delicate, anche vagamente femminili, in quanto era comunque considerato scandaloso raffigurare un corpo con un’anatomia troppo accentuata.

Ai lati della chiesa troviamo poi due affreschi moderni realizzati nel corso del ‘900 come simbolica richiesta di protezione dalle esondazioni: da un lato, due buoi con un carro completamente immersi nell’acqua, dall’altro dei poveri contadini che scampano da un’alluvione del Tevere a bordo di un barcone.

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Dove alloggiare nelle vicinanze:

Casa Vacanze Ripa Alta
Holiday House La Segreta

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La Quercia dei Comizi

Prima di ripartire, una piccola parentesi culturale dolce e antica ci aspetta nella campagna di Collazzone.
“La Quercia dei Comizi” è uno spettacolo contemporaneo che riprende un racconto degli anni ’50, un emozionante momento di prosa legato alla storia di questi luoghi.
SAM_0461Lo spettacolo è portato in scena da due poeti contemporanei con un animo di altri tempi. Virginio Gazzolo, senza dubbio uno degli artisti di spicco del panorama teatrale italiano, e sua moglie Angela Cardile. Siamo al tramonto, la luce – naturale coreografia – è di taglio, e Angela e Virginio duettano tra loro con vecchie testimonianze di prosa autentica raccolte negli scritti di Rita Boini, una delle penne più attente al nostro territorio e alle nostre tradizioni.
Sono eventi rari e preziosi, perché ci fanno riflettere sul nostro passato, sulle nostre radici, su chi ci ha preceduto, sui nostri padri e i nostri nonni. Antica sapienza, antica sofferenza, ma anche antica gioia e antica speranza. “La tradizione è fatta di radici e tronco che ad ogni primavera devono generare rami, germogli, fiori e frutti sempre nuovi”. La tradizione quindi vale non se ci crogioliamo sul ‘quanto erano belli i tempi passati’, ma se la conoscenza di ciò che ci ha preceduto ci spinge a puntare verso il nuovo.

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Siamo sotto una quercia non a caso, perché i racconti narrano di contadini, boscaioli e minatori che, segretamente, tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50, si riunivano nei boschi sotto ad una quercia per parlare dei loro problemi e delle loro speranze, alla ricerca di un mondo migliore e più giusto.
“La vecchia quercia originaria è ora malconcia e abbandonata, nascosta agli occhi di chi passa e non conosce il sentiero per raggiungerla, il viottolo scosceso dove un tempo, frettolosamente, al calar della sera a terminare il lavoro nei campi ma soprattutto a nascondere le persone, uomini e donne si incamminavano per riunirsi sotto il grande albero. Discorsi, rabbie e speranze si intrecciavano sotto la quercia dei comizi. Storie sempre più lontane e dimenticate, mano a mano che i vecchi che si radunavano sotto l’albero togliendo ore al sonno e al riposo, a uno a uno se ne vanno.”

Racconta Leo: “Sotto la cerqua bella ci riunivamo quasi tutte le sere. Chi aveva notizie su quello che facevano i padroni, su quello che succedeva all’uno o all’altro contadino, le portava. Noi discutevamo sul da farsi e se c’era qualcuno da aiutare lo aiutavamo. Ma il periodo in cui ci incontravamo veramente tutte le sere è stato quando è passata la legge che ai mezzadri andava non più la metà del ricavato della battitura del grano, della raccolta delle olive o della vendemmia, ma prima bisognava togliere il 3% solo per noi, e poi si divideva a metà con il padrone. Era una vera rivoluzione! Capivamo che veramente il mondo poteva cambiare, che la nostra vita poteva essere diversa! Ma non era così facile, perché per i padroni era come se la legge non esistesse! Noi stavamo male prima e male dopo il passaggio del fronte. Dopo la guerra si campava male, i padroni non davano niente, eravamo sempre in credito perché i conti li tenevano loro! A me è piaciuto tanto studiare, ma non ho potuto fare le scuole, ho fatto solo fino alla quarta elementare, facevo 5 km a piedi. Per poter fare qualcosa il babbo ha parlato con il prete di Collazzone, don Carlo, “lo mettiamo in collegio”, dice. Non se n’è fatto di niente, perché io non volevo andare con i preti! […]
Sotto la cerqua bella noi contadini abbiamo preso l’abitudine a riunirci dal 1948-50 in poi. Oh, veniva gente da Assignano, Collazzone, San Terenziano, Ilci, Pantalla, da tutti i paesi vicini! Erano riunioni piene di fermenti e discussioni. […] Volevamo combattere, ne parlavamo, ma dicevamo anche ‘no alla violenza’! […] Pensavamo che se arrivava un futuro migliore, era meglio per tutti: eravamo una comunità! Non c’era invidia, competizione, ma solo solidarietà. E invece ora che potremmo stare bene, stiamo forse peggio perché ognuno pensa per sé e mai anche per gli altri.”

“La tradizione è la salvaguardia del fuoco e non l’adorazione delle ceneri.”
[Victor Hugo]

Tutti a tavola!

Una giornata lungo la Strada dei Vini del Cantico non può però terminare senza una degna degustazione di prodotti tipici. Ed ecco allora che il prof Andreani ci fa da Cicerone attraverso un percorso guidato per assaporare correttamente le scenografiche pietanze allestite sul tavolo dell’agriturismo. Alcune di queste legano perfettamente con quanto raccontato e con gli ingredienti tipici della nostra tradizione: alla base c’è la farina di granoturco, con cui si ottengono sì dei prodotti stuzzicanti e gustosi, ma che per molto tempo, in passato, è stata considerata il cibo dei poveri, perché molto economica e allo stesso tempo saziante. I prodotti da forno sono brustengolodell’Azienda San Giovanni al Monte, le carni chianine della Fattoria Luchetti, i vini della Cantina Baldassarri, tutto davvero a km zero. Tra i dessert della Gastronomia Andreani, ovviamente legati alla tradizione rurale, spicca il brustengolo, dolce rustico e popolare tipico delle campagne perugine, fatto con farina di granturco e arricchito con uvetta. Basta assaggiarlo per capire come il brustengolo abbia meritato a pieno titolo l’inserimento nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali della Regione Umbria! Una vera esplosione di bontà, umile ma estremamente gustosa e nutriente!
Completano il quadro, crostate con confetture fatte rigorosamente a mano e il vecchio e glorioso torcolo delle nostre campagne. Da leccarsi i baffi!

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