La terza e ultima tappa KMZeroTour ci porta a Casalalta, tra dipinti curiosi e antichi forni.

Torna il KmZeroTour. Segui l’ultima tappa del percorso tra i castelli di Collazzone. Questa volta ti portiamo a visitare il borgo di Casalalta.

Abbandonato il caldo fuoco delle fiaccole di Canalicchio, ci siamo rimessi in cammino e abbiamo raggiunto il borgo di Casalalta. Al nostro arrivo, scopriamo che purtroppo il violento terremoto che nel 1587 devastò gran parte dell’Umbria rase quasi completamente al suolo anche il borgo di Casalalta e che quindi della sua originaria struttura medievale rimane ben poco.

Due dipinti insoliti per una chiesa

Passeggiando per il paese, il colpo d’occhio cade subito sul torrione absidale in pietra che domina il borgo posto accanto alla chiesa di Santa Maria Assunta, il cui esterno ha subìto un rifacimento a metà dell’800. All’interno però, sono conservati due veri gioielli: il primo è certamente la duplice abside, completamente rivestita da un affresco attribuito a Matteo da Gualdo Tadino, pittore umbro del ‘400, raffigurante l’Assunzione ed Incoronazione di Maria Vergine attorniata da una schiera di apostoli e da due angeli.

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La duplice abside affrescata

Il secondo è l’affresco della Madonna con Bambino tra gli angeli e i santi Sebastiano e Andrea Apostolo. In questo dipinto dai colori vivissimi, si può scorgere Sant’Antonio Abate, protettore degli animali raffigurato con i suoi tipici simboli. Questa volta però, bisognerebbe avere una lente d’ingrandimento per individuare i piccoli maiali di cinta senese situati ai suoi piedi!
Nell’affresco è possibile vedere anche San Sebastiano, invocato per proteggere le città dalla peste, raffigurato molto volentieri dai pittori dell’epoca in quanto rappresentava una delle rare e ghiotte occasioni per poter disegnare il corpo umano nudo, proibito dalla Chiesa. San Sebastiano, martirizzato dalle frecce, che nulla hanno a che fare con la peste, in questo caso venne scelto come simbolo insieme a San Rocco perché le ferite dei dardi richiamavano un po’ nella forma i bubboni della peste.
Al centro, una rarissima immagine ci mostra un Bambino nel solito atto benedicente ma anche un po’ “scomposto”: Gesù si muove, tira su il vestitino, mentre la Vergine, avvolta in un bellissimo abito blu, gli trattiene il nastrino della veste. È il simbolo dell’incarnazione: sollevando la veste, fa vedere che è dio e uomo. Si tratta di una raffigurazione davvero rarissima, in quanto con l’Inquisizione non si poteva scherzare, poiché a quel tempo non ci si poteva “mostrare”, soprattutto nelle nostre campagne.

Affresco con la Madonna con Bambino tra gli Angeli e i Santi Sebastiano e Andrea Apostolo
Affresco con la Madonna con Bambino tra gli Angeli e i Santi Sebastiano e Andrea Apostolo
Costruire un forno in mattoni non è un gioco da ragazzi!

Un’altra curiosità di Casalalta è certamente il forno di sicura origine medievale incastonato nelle mura perimetrali della chiesa, rinvenuto verso la metà del secolo scorso, durante alcuni lavori di restauro.

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Attualmente la Comunità dei forni collettivi di Collazzone sta tentando il recupero dell’arte della “cottura”e di tramandarla alle nuove generazioni. Ad accompagnarci nel racconto di questa antica tradizione è il signor Nazzareno Belloni, che ci svela i segreti per la realizzazione di un forno fatto a mano:

1) Dopo aver costruito un basamento di “pianelloni” (i mattoni grezzi cotti dalle vicine fornaci), vi si sistemava sopra un mucchio di terra per creare la sagoma, grande “secondo quanto uno serviva, se faceva!” (in base alle esigenze di cottura).

2) Si “allisciava” per bene la terra e poi si iniziava a murare con i mattoni proseguendo “a giro” (a spirale) tutto intorno al mucchio di terra, partendo dalla base fino a chiudere la volta.

3) Quando i mattoni iniziavano ad inclinarsi per formare la volta, bisognava aspettare, giro dopo giro, che “avessero tirato”, ovvero che si fossero asciugati. Una volta terminato il giro, si tirava via il terreno dalla bocca e restava così la sagoma del forno. Chiudere infine la volta dall’interno non era facile, ma Nazzareno tiene a sottolineare che lui ce l’ha fatta diverse volte!

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Fondamentale era che il forno mantenesse il calore, per cui intorno alla volta, prima di chiudere, andava aggiunta o della cenere (che una volta infuocata, mantiene il calore) o della terra gialla, una sorta di creta locale con cui si componeva uno spessore molto alto. Questa coibentazione era essenziale perché “se in mezz’ora il forno è freddo, con che la coci la robba?

Per le prime accensioni non bisognava “daje tutta ‘na botta” (surriscaldarlo velocemente), ma andava scaldato piano piano, “senza fare una falojata, come diciamo noi in perugino!”, altrimenti i mattoni rischiavano di spaccarsi.

Inoltre, prima di infornare, bisognava attendere che la temperatura si abbassasse un po’, altrimenti avrebbe “allampato il pane”, bruciandone la crosta e lasciandolo crudo all’interno.
Qual era però il momento giusto per infornare? Lo si poteva capire osservando la facciata dei mattoni che, una volta infuocata, diventava tutta bianca. Le vecchie massaie non sbagliavano mai, intuivano a occhio la giusta temperatura a seconda dell’altezza dell’“imbiancatura” e sapevano quando era il momento di infornare il pane, l’arrosto o le torte di pasqua. Questo era il vero segreto, gelosamente custodito dalle donne di una volta.
Solitamente, alle temperature più alte veniva infornato il pane, e solo alla fine venivano cotti i dolci: sfruttando un’unica accensione, si attendeva che diminuisse la temperatura per i torcoli e le crostate.
Durante la cottura, sui lati solitamente si lasciava un po’ di brace coperta di cenere, perché in caso di calo della temperatura, bastava riscoprire i tizzoni ardenti e il forno riprendeva calore.
In un forno dalle dimensioni di questo di Casalalta, potevano essere cotti contemporaneamente fino a 18-20 filoni di pane. In paese, vigeva anche una sorta di “calendario” con cui le famiglie regolavano i rispettivi turni di cottura.
Nazzareno ci racconta che gli ultimi forni da lui costruiti risalgono al 1964. Un po’ malinconico, ci dice che oggi non c’è più nessuno che li realizza a mano, perché ci vuole molto tempo e i costi sono troppo elevati.

“[…] Non per vantarmi, ma io so più bravo a realizzarlo che a spiegarlo!”.
-Nazzareno Belloni-

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La nostra visita termina presso la Cantina Baldassarri, dove la tavola è imbandita con i tipici piatti della nostra tradizione: panini con porchetta, imbrecciata di fagioli e pancetta della Gastronomia Andreani, torcolo, ciaramicola e gli ottimi vini bianchi e rossi dell’azienda che ci ospita.

Prima di ripartire diamo anche un ultimo sguardo alle distese di vigneti circostanti: colori e profumi di primavera tra i filari della Strada dei Vini del Cantico!

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paninicantina_baldassarribrocca_cantina_baldassarri

vigneti

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