La donna del secolo scorso nei racconti di Collemancio

In occasione dell’8 Marzo, la nostra amica Gabriella Turrioni del B&B Poggio la Grognola di Cannara, appassionata studiosa e custode delle tradizioni locali, ci porta indietro nel tempo e ci regala uno sguardo sulla condizione della donna all’epoca dei nostri nonni e bisnonni.

Suggestioni e memorie di un tempo, minuziosamente narrate nella sua preziosa raccolta “Collemancio: un paese si racconta“. Un’occasione per riflettere e ricordare. O come scrive la stessa Gabriella, “per ritrovare le radici, ma guardare al futuro con consapevolezza”.

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“La condizione della donna a Collemancio fino alla metà degli anni ’60 era subordinata al lavoro che svolgeva il capofamiglia. Bisogna dire che se in una famiglia nasceva una figlia non era una cosa molto piacevole, perché questo significava poca manodopera e soprattutto spesa per la dote.
Le donne, fin da bambine, venivano abituate al lavoro, così dopo la scuola dovevano andare a fare l’erba per l’asino o per i conigli, o raccogliere i rami secchi per farne le fascine o andare ad attingere l’acqua con le brocche alle fontane in campagna. Qualche ragazza veniva mandata ad imparare il mestiere della sarta.

Il corredo
Le ragazze, arrivate all’adolescenza, dovevano prepararsi il corredo da portarsi quando andavano spose. Il corredo doveva essere costituito da sei o dodici o diciotto o ventiquattro pezzi di camicie da notte, mutande, lenzuola, fazzoletti, asciugamani, tovaglie con i tovaglioli, e almeno tre coperte. Le più capaci o le più abbienti oltre al panno usavano anche il lino, spesso ricamato con lo sfilo a giorno o il gigliuccio; sulle federe erano solite mettere le proprie iniziali.

La casa e la famiglia
L’organizzazione della casa era lasciata comunque alla donna la quale, vivendo in famiglie numerose, aveva pur sempre una gerarchia da rispettare. La più anziana era colei che controllava l’andamento della casa, disponeva l’organizzazione della dispensa, della biancheria, del pollaio. Dava incarichi alle altre donne della famiglia.

Il fidanzamento e le nozze
A Collemancio le ragazze si fidanzavano con ragazzi del luogo, raramente il ragazzo veniva da fuori, questo perché il paese era piuttosto isolato e le occasioni di uscire e fare nuove conoscenze non c’erano. Andavano qualche volta alla fiera, “all’ottavaro” (l’ottava di Pasqua a Santa Maria degli Angeli) o alla Madonna della Valle. I primi corteggiamenti avvenivano all’uscita della chiesa o quando si facevano i lavori in campagna. Il ragazzo che aveva serie intenzioni andava a casa della ragazza e parlava con il padre, il quale dava oppure negava il consenso di fare la corte alla figlia. Se tutto andava bene, si annunciava il fidanzamento.
I fidanzati avevano poca intimità, al ragazzo era permesso andare a casa della fidanzata in giorni stabiliti, di solito il giovedì, il sabato e la domenica. Quando stavano in casa, doveva essere presente sempre qualcuno, in genere era la nonna o una vecchia zia, che normalmente ad una certa ora si addormentava, lasciando il tempo per qualche effusione. Quando uscivano a passeggio o a ballare venivano sempre accompagnati dai fratelli più piccoli o dalla madre della ragazza. Spesso capitava che i fidanzati, per sfuggire ai controlli dei genitori, inventassero delle situazioni che quasi sempre si risolvevano con le nozze anticipate.
A volte i ragazzi per anticipare le nozze facevano la fuga, spesso con il benestare delle famiglie, che in quel caso evitavano di fare una grande festa e così risparmiavano sul pranzo e sui vestiti. Quando le nozze si facevano per bene, si invitavano i parenti e gli amici, i quali aspettavano gli sposi all’uscita della chiesa, e come se dovessero fare un tiro a segno, li martellavano di confetti, spesso facendo anche male. C’era anche chi con il fucile sparava con cartucce piene di semola per fare i botti, mentre i ragazzini facevano a gara a raccogliere i confetti che erano caduti sulla via e sulla piazza. Tutti insieme poi andavano a casa degli sposi per mangiare. Il pranzo di nozze era un evento, da mesi si cercava la cuoca, la quale preparava il menù con i genitori degli sposi. Di solito il pranzo consisteva in un crostino con i fegatelli, le tagliatelle al sugo d’oca o al ragù, un arrosto misto con oca, pollo, agnello e piccione, contorno di verdura e, come dolce, la zuppa inglese. Il tutto accompagnato con il vino prodotto dal padrone di casa.
Gli sposi non facevano il viaggio di nozze, soltanto i più fortunati andavano un giorno o due ospiti di qualche parente che abitava in città.”

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[Fonte: Testi e foto di Gabriella Turrioni]

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